Frantoio e mulino


Appena sotto l'Acquamondo, nella valle di Ramolino, è conservato uno degli esemplari più belli di frantoio per le noci e di mulino, el mulin det Camill, simbolo dell'operosità montanara e della fatica del vivere quotidiano delle generazioni passate. Nel frantoio per le noci, usato anche per la canapa, la frutta e le olive, il materiale pressato dalla grande macina veniva scaldato in una caldaia e poi messo sotto il torchio, l’olio così prodotto serviva come alimento, mentre lo scarto, le panèle, era un’ambita delizia. Nella stagione delle noci il frantoio lavorava ininterrottamente per un mese, periodo per il quale era richiesta l’autorizzazione. La torchiatura delle noci non si poteva prenotare, quindi i “clienti” (donne, uomini e bambini), provenienti anche dalle località vicine (Rovegro, Miazzina, Ungiasca, Cambiasca, ecc.) sostavano anche tutta la notte in attesa del proprio turno. Le ruote dentate, di legno molto duro, erano azionate anticamente dall’acqua, e successivamente dall’energia elettrica, così come per i due mulini posti nel secondo locale. In essi veniva macinato di tutto: granoturco, segale e castagne, risorsa importante del territorio, dalle quali si produceva farina ed anche un dolce (farcèm). Sopra il torchio vi abitava il proprietario con la sua famiglia, fino ai primi anni ’70, e il terreno a terrazze che circondava il mulino era coltivato ad orto, con un pollaio, un locale per i conigli ed un altro per i maiali. Arrivavano da tutti i paesi, da Intragna, da Aurano, da Caprezzo…partivano perché sapevano che a gennaio qui si faceva l’olio. Queste donne arrivavano a piedi, con le sciùere piena di noci con sopra un panno bianco pulito, me lo ricordo benissimo, scendevano di qui e c’era proprio la fila! Dentro c’era una panca dove stavano sedute e aspettavano il turno. Magari stavano qui tre giorni, dormivano sulla panca! Lì c’era una bilancia dove l’addetto pesava le noci (si lavorava a tanto al chilo). Allora le metteva sulla base della mola, tirava su l’interruttore così partiva il motore, si muoveva la cinghia che faceva girare la mola per schiacciare le noci. Quando erano ben schiacciate le raccoglieva e le metteva dentro la stufa. Accendeva il fuoco sotto e le mescolava con la mano, arrivava a 30-35° ma non metteva il termometro, sentiva lui il caldo. Poi le tirava fuori e le metteva dentro delle forme a torta, una sopra all’altra con in mezzo un panno di iuta le metteva nella pressa, che attivava premendo un interruttore. Dalla pressa usciva l’olio. Le noci rimaste nelle forme le riprendeva e le rompeva con il martello per rimetterle nella mola, che veniva fatta girare nuovamente. Poi si rimetteva sul fuoco e ancora una volta si schiacciava. Così si faceva l’olio di seconda qualità, quello che usavano per “le lümm”, con lo stoppino. Quando quest’operazione era finita, rimaneva questa panella di noci schiacciate che noi bambini raschiavamo con il pane e non vi dico che delizia!  - Piero Marchionini, 2018 –
Just below Acquamondo, in the valley of Ramolino, there is one of the most beautiful examples of walnut press and mill, el mulin det Camill, the symbol of the mountain industriousness and the hard work of past generations. The walnut press was also used for hemp, fruit and olives; the material pressed by the large millstone was heated in a boiler and then placed under the press; the oil produced served as food, while the waste, the panèle, was a delight. In the walnut season the press worked all the time for one month, a period for which authorization was required. The walnut pressing could not be booked, so the “customers” (women, men and children), coming also from the nearby villages (Rovegro, Miazzina, Ungiasca, Cambiasca, etc.) stayed there all night waiting for their turn. In the past, the toothed wheels, made up of very hard wood, were actuated by water, and later by electric energy, like in the two mills placed in the second room. Everything was ground inside the mills: corn, rye and chestnuts, an important resource of the territory, from which flour and also a cake (farcèm) were made. The owner lived with his family above the press room, until the early 1970s, and the terraced land surrounding the mill was cultivated as a vegetable garden, with a hen house, a room for rabbits and another one for pigs. They arrived from all the villages, from Intragna, Aurano, Caprezzo…they left because they knew that here in January oil was produced. Women arrived on foot, with her “sciùere” full of walnuts with a clean white cloth on the top, I remember that very well: they came down and there was really the queue! Inside there was a bench on which they waited for their turn. Maybe they remained there three days, they slept on the bench! There were the scales where the operator weighed the walnuts (in kilograms). Then he put the walnuts on the base of the millstone, he pressed the switch to start the motor, the belt moved and made the millstone turn to crush the walnuts. When they were perfectly crushed, he collected them and put them inside the stove. He lit the fire and mixed the walnuts with his hand, the stove reached 30-35° , but he didn't use the thermometer, he felt the heat with his hands. Then he pulled them out and put them inside moulds, one above the other, with a jute cloth in the middle, he put them in the press, which he activated by pressing a switch. Oil came out of the press. He took the remaining walnuts from the moulds and broke them with the hammer to put them back in the millstone, which turned again. Then he put the walnuts again in the stove and crushed them again. The second quality oil was produced in this way, it was the oil they used for “le lümm”, with the wick. When this operation was over, what remained was this “panèle” of crushed walnuts that the children scraped with bread. What a delicacy! - Piero Marchionini, 2018 -
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